GRUPPO
UMANESIMO DELLA PIETRA onlus
MARTINA
FRANCA
Bicentenario
della
Repubblica Napoletana
(1799-1999)
Cronologia
essenziale degli avvenimenti
nel
Regno di Napoli e a Martina
a cura di
Domenico Blasi e Giovanni Liuzzi
da fonti diverse
Martina
Franca
19
maggio 1798 - Ferdinando IV
sottoscrive un trattato di alleanza antifrancese con l'Austria.
14
luglio e 4 agosto 1798 - Nicola
Vivenzio, fiscale della Regia Camera della Sommaria inviato con pieni
poteri a Martina da re Ferdinando IV, emana due ordinanze con le quali impone
agli agrari di cedere la quinta parte del demanio comunale appadronato, affinché
venisse destinata all'esercizio degli usi civici.
Agli
occhi del popolo martinese, che ha tumultuato più volte nel corso del
Settecento per rivendicare la questione della terra, tali provvedimenti
accendono speranze di riscatto sociale contro il ceto degli egemoni. Tali attese
saranno frustrate dagli eventi relativi all'esperienza repubblicana.
9
agosto 1798 - Ferdinando IV che sta
preparando l'intervento armato contro la Repubblica Romana, ordina con un bando,
tenuto segreto fino al 2 settembre, una leva straordinaria, imponendo a ciascuna
università del Regno di fornire all'esercito regio otto soldati per ogni mille
abitanti.
2
settembre 1798 - Alle ore dodici Luigi Rinchetti, governatore di Martina,
alla presenza dell'arciprete Francesco Semeraro, del sindaco Giuseppe Caramia,
che ha preso possesso della carica il giorno prima, e di pochi convenuti, rende
pubblico l'ordine regio relativo alla leva straordinaria; il Rinchetti,
pertanto, chiede all'arciprete di preparargli una lista di tutti i maschi delle
famiglie numerose, traendola dal libro del battesimo.
Il
contenuto del documento e le disposizioni impartite, diffusi per le strade
cittadine, provocano un fuggi fuggi generale, che coinvolge oltre cinquemila
persone per lo più scampate in campagna per sottrarsi all'eventuale obbligo
militare.
26
settembre 1798 - I giovani prescelti
per l'arruolamento straordinario, che lamentano le modalità poco corrette
usate per il sorteggio, vengono radunati sul Largo di Santo Stefano per essere
passati in rassegna dal sindaco e dal governatore. Quest'ultimo ordina che i
coscritti si trasferiscano nel vicino chiostro dei padri Riformati, dove
proditoriamente vengono rinchiusi, quasi fossero prigionieri, e sorvegliati
dagli sgherri armati del duca. Immediata è la protesta dei famigliari dei
reclusi, che liberano i giovani con la forza. Si forma, così, un corteo
spontaneo e minaccioso, che, sfondato il portone della Porta di Santo Stefano,
trovato serrato, giunge in piazza. I dimostranti assaltano il Palazzo
dell'Università, incendiandone l'archivio e devastandone la sala consiliare,
saccheggiano l'abitazione del governatore e si dirigono verso quella del
sindaco, che, preavvertito del pericolo, è già fuggito in deshabillé a
Locorotondo. Il Rinchetti si è dileguato alle prime avvisaglie del tumulto.
27
settembre 1798 - I giovani coscritti, temendo le conseguenze dell'usata violenza,
spontaneamente decidono di partire per Napoli, sede del loro acquartieramento.
Un
gruppo di cittadini, capeggiati da Giacinto Martucci, primo eletto dei decurioni,
che di fatto svolge le mansioni di sindaco dopo la fuga del Caramia, assume
la responsabilità della pubblica amministrazione, anche per timore di eventuali
ritorsioni governative a causa del tumulto del giorno precedente.
23
novembre 1798 - L'esercito napoletano, comandato dal generale austriaco Karl Mack,
attacca la Repubblica Romana, proclamata il l5 febbraio, prima della fuga di
papa Pio VI in Toscana.
29
novembre 1798 - Ferdinando IV entra in Roma, già occupata dal suo esercito.
12
dicembre 1798 - L'esercito francese in sostegno della Repubblica Romana, guidato dal
generale Jean-Etienne Championnet, sferra una controffensiva vincente contro i
napoletani; Ferdinando IV ordina la ritirata del suo esercito, che si è in
gran parte sbandato.
14
dicembre 1798 - L'esercito di Championnet in marcia verso Napoli giunge a Gaeta,
mentre in Abruzzo si organizza la resistenza antifrancese e a Napoli
s'inscenano manifestazioni filoborboniche.
20
dicembre 1798 - Ferdinando IV' nomina vicario generale del Regno Francesco Pignatelli,
conte di Acerra, avendo determinato di rifugiarsi in Sicilia, dove fa spedire su
navi inglesi l'oro dello Stato.
23
dicembre 1798 - Il re e la corte partono alla volta di Palermo sulla nave ammiraglia
di Horatio Nelson, mentre a Napoli si registrano i primi contrasti per la difesa
della capitale fra i maggiorenti locali e il vicario Pignatelli, che qualche
giorno dopo fa distruggere le navi della Marina borbonica.
1-10
gennaio 1799 - Esautorato il vicario Pignatelli, si avviano trattative con
Championnet, nonostante la conclamata avversione ai francesi manifestata dal
popolo napoletano, i cosiddetti lazzari.
10
gennaio 1799 - A Sparanise, presso
Caserta, Championnet sigla l'armistizio con i rappresentanti della Città di
Napoli, ai quali viene imposto di pagare due milioni e mezzo di ducati.
11
gennaio 1799 - La fortezza di Capua è
consegnata a Championnet.
15-18
gennaio 1799 - La plebe napoletana, che non riconosce l'intercorso armistizio con
i francesi, elegge comandante di Napoli Girolamo Pignatelli, duca di Moliterno,
mentre il vicario Francesco Pignatelli e il generale Mack, comandante
dell'esercito borbonico, gravemente minacciati, abbandonano la capitale.
Il
vuoto di potere spinge le masse popolari napoletene ad armarsi, ad assaltare i
castelli, a compiere saccheggi.
19
gennaio 1799 - Nel clima di anarchia,
che funesta Napoli, i lazzari penetrano nel Palazzo dei Filomarino, duchi
della Torre, dove catturano i fratelli Ascanio e Clemente, poi fucilati, perché
accusati di essere giacobini, ossia filofrancesi.
Un
gruppo di patrioti, composto di intellettuali, da aristocratici e da borghesi,
che in passato si sono seriamente opposti al regime borbonico, occupa la
postazione strategica di Castel Sant’Elmo.
21
gennaio 1799
- Il popolo napoletano resiste agli invasori francesi, ingaggiando accaniti
combattimenti al Ponte della Maddalena e a Porta Capuana.
I
patrioti, che da qualche giorno si sono impadroniti di Castel Sant'Elmo,
da questo luogo mettono in atto un progetto politico, elaborato nel 1793,
proclamando la costituzione della Repubblica Napoletana.
23
gennaio 1799 - L'armata francese entra
in Napoli alle ore due dopo mezzodì..
25
gennaio 1799 - lì generale
Championnet insedia il Governo Provvisorio, composto di venticinque patrioti,
sotto la presidenza di Carlo Lauberg, rientrato da Roma, dov'era stato
esule a causa di una congiura ordita nel 1794 e repressa nel sangue.
Ferdinando
IV, esule a Palermo, conferisce al cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara la carica
di vicario generale del Regno.
28
gennaio 1799 - La liquefazione del
sangue di san Gennaro alla presenza di Championnet e un'eruzione del Vesuvio
inducono il superstizioso popolo napoletano a guardare con favore il nuovo corso
politico.
31
gennaio 1799 - Il Governo
Provvisorio impone l'abbattimento degli emblemi del potere borbonico,
ordinando d'innalzare ovunque l'Albero della Libertà, simbolo della
Repubblica.
2
febbraio 1799 - Si pubblica il primo
numero del Monitore Napoletano, il più prestigioso periodico politico
repubblicano, diretto da Eleonora Pimentel de Fonseca.
6
febbraio 1799 - Si propaga a Martina
la notizia, giunta da Fasano, che a Napoli è stata proclamata la Repubblica.
7
febbraio 1799 - il Ruffo con pochi
seguaci sbarca a Pizzo Calabro, da dove prende l'avvio il suo progetto di
riconquista della parte continentale del Regno e di restaurazione dei valori
monarchici e religiosi. Al suo esercito della Santa Fede, composto da
volontari, promette riforme tributarie e compensi da realizzare mediante il
saccheggio delle città e dei beni degli oppositori dei Borboni.
8
febbraio 1799 - Giungono da Napoli le
istruzioni generali del Governo Provvisorio, che impone: di erigere l’Albero
della Libertà alla presenza della popolazione,
appositamente convocata; di eseguire l'inno patriottico, allegato
alle disposizioni; d'insediare un nuovo governo locale, formato da un
presidente, da un segretario e da sette membri; di nominare quattro giudici
per costituire il Tribunale del Popolo; di arruolare la Guardia
Nazionale.
9
febbraio 1799 - Alle ore diciotto i
repubblicani martinesi, capeggiati dal prosindaco Giacinto Martucci,
innalzano in piazza l'Albero della Libertà, allestito dall'ebanista
Stefano Chirulli, detto Porcello; il famoso cantore evirato Giuseppe
Aprile, detto Sciorolino dirige l'esecuzione dell'inno repubblicano.
L'arciprete
Francesco Semeraro, ottemperando alle disposizioni governative, benedice l'Albero
prima che venga innalzato dirinpetto l'orologio del Comune, quindi
con gli astanti rientra in San Martino, dove pronuncia un lungo discorso,
dimostrando i vantaggi dell'ordinamento repubblicano; segue l'esposizione del
Santissimo Sacramento al canto del Te Deum.
10
febbraio 1799 - La Repubblica Napoletana abolisce il medievale istituto del
fedecommesso.
10
febbraio 1799 - Il prosindaco Martucci,
alla presenza dell'arciprete Semeraro, convoca al Largo di Santo Stefano
l'assemblea generale dei cittadini per eleggere i responsabili del governo
locale; dopo il discorso dell'arciprete, un gran numero di esponenti realisti,
sia civili, sia contadini,
ivi presenti, contesta la legittimità dell'elezione, impedendola, e manifesta
vivacemente la propria ostilità verso l'istituzione repubblicana. Scioltasi la
riunione pubblica con un nulla di fatto, un folto gruppo di oppositori realisti
protesta il proprio dissenso nella piazza dell'Università, stazionandovi fino
a mezzogiorno, sordo a tutti i tentativi di persuasione operati dai maggiorenti
repubblicani.
Vreso
le ore ventidue più di cinquecento
persone del popolaccio, armate degli strumenti di lavoro, ricompaiono in
piazza con l'intenzione di distruggere l'Albero ma un gruppo armato di galantuomini
e di artieri vanifica il tentativo eversivo.
Il
febbraio 1799 - Ottocento martinesi, galantuomini, artieri, sacerdoti ed
ecclesiastici regolari, sottoscrivono la propria adesione all'istituzione
repubblicana su invito del prosindaco Martucci.
In
seguito vengono eletti, come richiesto dalle istruzioni pervenute da
Napoli: per il governo locale Giacinto Martucci (presidente), Antonio Caroli
(segretario), Francesco Ciacomo Basile, Vincenzo Basile, Francesco Saverio
Casavola, Ambrogio Desiati, Giovanni Antonio Desiati, Raffaele Fischetti e
Paolo Simeone (componenti); in qualità di giudici del Tribunale del Popolo Francesco
Antonio Blasi, Domenico Basile, Giovanni Miani e Francesco Valente.
La
Guardia Nazionale, composta da quaranta armati alle dipendenze del
Tribunale del Popolo, ha il compito di garantire l'ordine pubblico e di
vigilare sull'integrità dell'Albero.
12
febbraio 1799 - A Martina i
repubblicani, in armi e distinti dalla coccarda blu-giallo-rossa, festeggiano la
giornata della Repubblica, inscenando un corteo per le vie cittadine
nelle quali fanno risuonare le note dell'inno repubblicano.
13
febbraio 1799 - Verso le ore
ventidue una lunga processione, alla
quale partecipano con i repubblicani armati il Capitolo, le confraternite
e numerosi fedeli martinesi, reca con accompagnamento musicale dalla chiesa dei
Padri Riformati alla collegiata la statua dell'Immacolata, che viene
esposta alla pubblica venerazione fra le statue dei patroni locali. Per legare i
nuovi ideali politici alla tradizione religiosa vengono indetti, sollecitati
dai pubblici amministratori, tridui e novene propiziatori, intervallati da
frequenti prediche nella chiesa madre.
19
febbraio 1799 - Ignazio Ciaia è nominato presidente del Governo Provvisorio, del
quale ha fatto parte fin dalla sua costituzione.
20
febbraio 1799 - Già emissari degli inglesi, alcuni ufficiali corsi, che si spacciano per
al altezze reali, avviano l'impresa della restaurazione monarchica in
Terra d'Otranto.
Gli
anglo-corsi, indipendenti nella loro azione rispetto al cardinale Ruffo,
organizzano reparti di cacciatori, raccogliendo contadini lealisti,
soldati sbandati e monarchici di ogni genere.
24
febbraio 1799 - Una formazione di briganti è sorpresa e sgominata a Masseria San
Domenico, sotto i Monti dell'Orimini, dalla Guardia Nazionale di Martina,
che recupera un ingente bottino di preziosi, aspramente
conteso
dagli armigeri ducali, sopraggiunti a cose fatte.
27
febbraio 1799 - Il Direttorio destituisce, richiamandolo a Parigi, il generale
Championnet, colpevole di aver favorito il percorso democratico e autonomo
della Repubblica Napoletana invece di considerare il Regno di Napoli terra di
occupazione e di conquista.
Joseph
André Abrial è, pertanto, incaricato di operare un rimpasto del Governo
Provvisorio di Napoli, mentre il generale Jacques Macdonald è nominato
comandante dell'esercito francese nell'Italia meridionale.
1
marzo 1799 - Il Ruffo, la cui
pericolosità politico~militare è avvertita dal Monitore Napoletano
prende Monteleone,, l'odierna Vibo Valentia.
5
marzo 1799 - Il Monitore
Napoletano denuncia
l'isolamento dalla Repubblica delle provincie abruzzesi, dove patrioti e
borbonici si scontrano violentemente, nonché la crescente avversione di comunità
pugliesi e lucane nei confronti dei francesi e dei loro sostenitori.
7
marzo 1799 - La Repubblica Napoletana
emana una legge di abolizione dei titoli nobiliari.
8
marzo 1799 - Viene scoperta e
scongiurata una trama eversiva, ordita dai realisti martinesi, che,
avvalendosi di alcuni sicari fasanesi, intendono uccidere nottetempo i
maggiorenti repubblicani.
Domenico
Biasi, ritenuto responsabile della congiura, è tratto in arresto fuori le
mura, dove si è incontrato con un emissario dei comitati monarchici di Fasano.
9
marzo 1799 - Un'assemblea di cittadini
martinesi è convocata dal sindaco Martucci, che palesa serie preoccupazioni
per la crescente affermazione delle formazioni monarchiche in tutta la Terra
d'Otranto. L'assemblea decide di resistere alla reazione avanzante, malgrado la
proposta formulata da Donato Chiara di tenere le porte aperte della
città.
10
marzo 1799
- Realizzata Taranto,
l'arcivescovo Giuseppe Capecelatro viene a Martina, ospite nel palazzo di
Francesco Antonio Blasi presso la chiesa di San Giovanni dei Greci.
12
marzo 1799 - La Repubblica Napoletana
stabilisce la coscrizione generale.
14
marzo 1799 - Tutte le città di Terra
d'Otranto, tranne Martina, sono già ritornate all'obbedienza regia, anche per
effetto dell'azione militare messa in atto dagli anglo-corsi Giovanni
Francesco De Boccheciampe e Giovanni Battista De Cesare, che inviano in città i
loro proclami, miranti all'insorgenza popolare; latore dei messaggi delle cosiddette
altezze rea/i è un cittadino di Mottola, che, scoperto, viene subito
imprigionato.
15
marzo 1799 - L'arcivescovo di Taranto
Giuseppe Capecelatro, a Martina da qualche giorno, passa in rassegna sul Largo
del Carmine i repubblicani martinesi, decisi a difendere la città dalle
colonne realiste del De Boccheciampe e del De Cesare, che già si avvicinano,
muovendo a tenaglia, rispettivamente da Taranto e da Fasano.
Nel
corso della rivista alcuni fanno notare come una nuvola nera sul colle di
Locorotondo, dove è già giunta, senza colpo ferire, la colonna del De Cesare,
ingrossata da numerosi realisti dei paesi vicini, dopo aver realizzato Ostuni
e Cisternino.
Alcuni
locorotondesi, verso le ore
diciotto, razziano alcune masserie di cittadini martinesi in Valle d'Itria
per foraggiare le genti del De Cesare.
Verso
le ore venti un altro gruppo armato di circa cinquanta locorotondesi, che marcia
spiegando il tricolore francese, è avvistato in Contrada San Giovanni, mentre
avanza su Martina per indurre i suoi difensori a uscire allo scoperto. I
martinesi non cadono nel tranello e si attestano in numero maggiore sulle
mura, inducendo i loro finti alleati a ripiegare.
Il
vecchio cannone a mascolo, prelevato qualche giorno prima dalla torre costiera
ostunese di San Leonardo, viene posizionato al Largo del Palazzo Ducale; viene
praticato un foro nel portone della Porta di Santo Stefano per facilitare il
fuoco del vetusto pezzo di artiglieria.
16
marzo 1799 - Nella Masseria Maggi in
Contrada Madonna dell'Arco verso mezzogiorno si sono già concentrati
circa millecinquecento armati, fra fanti e cavalieri, dopo che sono state
nuovamente razziate tutte le masserie contermini; altra truppa si avvicina
minacciosa alle mura di Martina, sempre provenendo da Locorotondo.
Un
altro contingente è avvistato verso le ore ventidue in Contrada Montetullio:
sono le forze condotte da Taranto dal De Boccheciampe, che stabilisce il proprio
quartier generale presso la chiesa di Sant'Antonio Abate nella sicura
depressione del Votano.
Nel
primo pomeriggio le truppe realiste hanno già completamente assediato
Martina: gli uomini del De Cesare occupano le falde del crinale roccioso dalla
chiesa di San Francesco d'Assisi a quella di San Francesco da Paola; De
Boccheciampe tiene il fronte dalla chiesa di Santo Stefano alle alture di Fabbrica
Rossa e di Posillipo, fino a Montetullio. I pezzi d'artiglieria a
lunga gittata vengono posti in modo da ottenere un fuoco d'assedio concentrico.
Considerata
la notevole consistenza degli assedianti, gli amministratori martinesi
convocano la popolazione per decidere se resistere o trattare con il nemico;
nel parapiglia delle discordanti valutazioni e proposte e fra l'indifferenza
dei più, si decide di resistere a oltranza.
Fermi
in questa decisione, i difensori della città rifiutano la resa intimata da un
messaggero in divisa da capitano, che avanza accompagnato dal sacerdote
martinese Francesco Semeraro, detto Il Cavaliere, e da fra’Michelangelo,
conventuale forastiere; l'araldo, per tutta risposta, è ferito da una
scarica di fucileria, partita dalla Torre della Porta di San Nicola.
Un
cannone di legno, opera del falegname Stefano Chirulli, viene piazzato in una
stanza della casa di Pietro Carella, la quale dalla Porta Stracciata domina la
depressione del Votano, dove sì va radunando molta gente armata; al primo
sparo, che intimorisce seriamente gli assedianti, il cannone crepo, divenendo
inservibile.
Alle
ore ventidue e mezzo si avverte la prima
salva del cannonegiamento ma una fitta pioggia battente, che imperverserà
fino al giorno 21, mette in difficoltà i realisti, facendo gridare i martinesi
al miracolo; malgrado ciò, si continuerà a combattere per tutta la notte.
Occupati
tutti gli altri monasteri fuori le mura, verso le ore ventiquattro gli
assedianti penetrano da una porta di servizio anche nel convento del Carmine,
mettendolo a soqquadro; s'impossessano della chiesa e della sagrestia, dove si
abbandonano ad atti vandalici.
Alle
ore quattro della notte riescono a
liberare le scale del campanile, in precedenza ostruite con grosse pietre, e ad
attestarsi sulla sommità della torre campanaria, dalla quale minacciano
seriamente le difese della città; mezz'ora dopo i martinesi, spostato il loro
vecchio cannone a mascolo dalla Porta di Santo Stefano e piazzatolo nel Largo dell'Ospedaletto
(Casa Cappellari), riescono a sloggiare gli avversari asserragliati sul
campanile, uccidendone quindici al primo colpo.
Questa
strage induce gli assedianti a chiedere e a ottenere una tregua di quattro ore
ma ben presto i martinesi si accorgono che si tratta di un'altra insidia per
avvicinare alle mura nuovi armati; salta, così, il concordato tentativo di
intavolare trattative, fissate per la mattina successiva.
17
marzo 1799 - Per Contrastare
l'avanzata del cardinale Ruffo la Repubblica invia truppe al comando del
generale della Guardia Nazionale Giuseppe Schipani, già ufficiale
borbonico, che raggiungerà Eboli da
dove si ritirerà dopo circa tre settimane.
17
marzo 1799
- Le forze realiste riprendono all'alba il sistematico cannoneggiamento di
Martina, interrotto la sera precedente, disponendo anche di un'altra batteria da
Campagna e di alcuni cannoni d'assedio piazzati al Largo dei Paolotti, dove si
concentra un forte reparto armato.
I
difensori, tra cui molti ecclesiastici, si battono strenuamente sulle mura ma le
colonne degli assedianti verso le ore dieci irrompono attraverso il
portone posteriore del Palazzo Ducale, secondo un piano precedentemente
combinato in Fasano fra gli anglo-corsi e alcuni emissari dell’agente
ducale Michele Gorza.
Le
avanguardie degli assedianti, attestatisi sulla balconata del Palazzo Ducale e
aperta la Porta di Santo Stefano, facilitano l'entrata in massa dei loro
compagni, che danno luogo al sacco della città, ordinato per
un'ora ma protrattosi fino al vespero, allorché viene
sospeso per ordine espresso dei capi della spedizione.
Le
case dei repubblicani con la complicità di gente accorsa dai paesi vicini sono
praticamente svuotate; vengono violati anche le chiese E monasteri intra
moenia, così com'era già avvenuto il giorno prima quelli fuori
la terra.
Durante
le concitate fasi del saccheggio viene spiccato l'ordine di catturare quanti
hanno aderito al nuovo corso politico; i numerosi arrestati, per lo più galantuomini,
sono condotti nel Palazzo Ducale, eretto a dimora dal De Cesare.
L'arcivescovo Capecelatro, scoperto dietro una madia nel palazzo del conte
Tommaso Barnaba presso la chiesa di S. Vito dei Greci, viene arrestato e
condotto alla presenza del De Boccheciampe, ospite nel palazzo di Francesco
Ruggieri in via Pietro Cossa, angolo via Mazzini.
Gli
oltre duecento arrestati, tra cui l'arciprete Semeraro, verso le ore ventidue
vengono trasferiti dal Palazzo Ducale e stipati sia nel crinale (carceri),
sia in altri locali del Palazzo dell'Università.
Nella
notte i repubblicani più compromessi, ancora liberi ma ben nascosti, partono
per Napoli travestiti da contadini, uscendo dalle mura nei pressi del Carmine
attraverso il condotto segreto della neviera del sacerdote Simone
Angelini. interna alla città.
18
marzo 1799 - Gli anglo-corsi convocano
la popolazione martinese nella collegiata, dove propongono i nomi dei nuovi
responsabili della cosa pubblica, tutti
di chiara fede monarchica, che vengono eletti per acclamazione: Domenico Blasi,
sindaco; Nicola Antonio Di Giuseppe, Nicola Casavola, Paolo Basile e mastro
Leonardo Martellotta, deputati. La carica di governatore viene
affidata a Donato Mustich di Latiano.
Si
ordina e si esegue contestualmente la requisizione di tutte le armi e la
demolizione delle opere di fortificazione, recentemente erette dai repubblicani
sulle mura, nonché la riapertura delle porte cittadine, tutte murate, esclusa
quella di Santo Stefano, sin dalla fine di dicembre del 1798.
19
marzo 1799 - Sei repubblicani
martinesi, ritenuti i più fieri resistenti in armi, vengono incatenati e
inviati presso la Regia Udienza di Lecce, dove saranno processati e
carcerati: Martino Barratta; Domenico Basile; Vincenzo Bruni, monaco domenicano;
Francesco Miani, sacerdote; Francesco Simeone, frate conventuale, detto Marrese;
Leonardo Antonio Simeone.
21
marzo 1799 - In mattinata quanti sono
stati catturati e imprigionati nei giorni precedenti vengono legati a coppie con
grosse corde e condotti dal Palazzo dell'Università nel Largo di San
Francesco d'Assisi, dove è stato costruito intorno a un grande albero un
apposito recinto, vigilato da uomini in armi.
I
detenuti, dopo una lunga e angosciosa attesa, vengono seriamente minacciati
nella vita da un manipolo di gente armata, appositamente venuta da Ceglie per
risolvere la questione martinese in un bagno di sangue.
A
scongiurare il massacro, richiesto a gran voce, vale la presenza del De
Bocchecciampe, che, apparso a cavallo in alta uniforme, ordina di mandar liberi
i prigionieri, quindi parte alla volta di Taranto, recando con sé l'arcivescovo
Capecelatro; il De Cesare è partito qualche giorno prima, portando via un parco
d'artiglieria di diciotto cannoni, oltre quello preso ai martinesi, nonché
parte del ricco bottino razziato durante il sacco di Martina.
28
marzo 1799 - La sera, verso le ore
due della notte, giungono a Martina da Taranto due capitani con un
seguito di oltre duecento calabresi di scorta; ordinata la chiusura delle porte
cittadine, i due ufficiali si fanno consegnare le chiavi, ingenerando nuovo e
profondo timore nei martinesi.
29
marzo 1799 - Gli ufficiali giunti a
Martina la sera precedente convocano gli amministratori locali, comunicando
loro che la città è stata condannata al pagamento di una multa di 30.000
ducati da versarsi immediatamente.
In
seguito alle suppliche dei responsabili della cosa pubblica la multa viene
ridotta a 6.000 ducati, dei quali 3.000 vengono consegnati sul momento ai due capitani,
che ripartono alla volta di Taranto, imponendo, però, di versare nei
giorni successivi i rimanenti 3.000 ducati.
Tale
somma viene ulteriormente ridotta a 2.000 ducati per effetto della mediazione
operata quindici giorni dopo da padre Gabriele da Martina, frate conventuale
residente a Massafra, che interviene personalmente, contattando a Taranto il
cardinale Ruffo, suo amico.
30-31
marzo 1799 - Giungono a Napoli, inviati dal Direttorio, Joseph André Abriai e
Guillaume Charles Faypoult, che avversano le posizioni radicali del
giacobinismo napoletano, determinando le dimissioni di sei Componenti del Governo
Provvisorio.
5
aprile 1799 - Giunge a Martina la
disposizione di ripristinare l'Albero della Libertà, emanata da
Monopoli dal generale francese Jean Baptiste Broussier, inviato dal Macdonald
in Puglia per contrastare l'azione controrivoluzionaria.
La
minacciosa ordinanza del Broussier induce il titubante Martino Miani, che funge
da sindaco dopo la fuga di Domenico Blasi a Conversano, a incaricare un
artigiano per la costruzione di un nuovo simulacro repubblicano nel termine di
tre giorni.
6
aprile 1799 - Il cardinale Ruffo, dopo
la Conquista di Crotone, è padrone ormai dell'intera Calabria e s'affaccia
minaccioso ai confini delle provincie Campane.
8
aprile 1799 - Il vascello da guerra
francese Le Généreux forza le difese del porto di Brindisi;
conquistata la città, i francesi catturano il De Boccheciampe, che vi
era giunto il giorno prima, reduce dalla sconfitta subita in campo a
Casamassima a opera delle truppe del Broussier. L'ufficiale corso rimane
prigioniero degli avversari, che, secondo i più, lo fucileranno presso Trani il
l8 o il 19 aprile per ordine del generale Jean Sarrazin, Sostituto del Broussier;
altri sostengono che il De Boccheciampe sia stato condotto su Le Généreux
ad Ancona, dove si perdono definitivamente le sue tracce.
8
aprile 1799 - In mattinata in
un'atmosfera di festa nella piazza di Martina il presidente della Commissione
Provvisoria Martino Miani fa nuovamente innalzare l'Albero della Libertà,
replicando il cerimoniale del 9 febbraio ed esponendo su due talami le
statue dei santi patroni.
Nel
tardo pomeriggio giunge in città la notizia della presa di Brindisi da parte
dei francesi e dell'arresto del De Boccheciampe.
Nei
giorni successivi, fuggiti gli esponenti più in vista di fede monarchica, sono inquisiti
e arrestati quanti, civili e contadini, vengono ritenuti artefici o
complici nella giornata del sacco.
9
aprile 1799 – E’ arrestato Carlo
Lauberg, già presidente del Governo Provvisorio,
ormai in piena crisi politica.
14
aprile 1799
- Abrial introduce le nuove istituzioni della Repubblica Napoletana: il Comitato
Legislativo e il Comitato Esecutivo.
18
aprile 1799 - Rientrato a Napoli il
corpo di spedizione francese inviato in Puglia, anche a Martina i monarchici
riprendono vigore: invitano in città due ufficiali regi, che ordinano ad alcuni
campagnuoli e vaticali di abbattere l'Albero della Libertà, di
caricarlo su un traìno e di trasportarlo a Taranto per essere
pubblicamente bruciato.
In
un clima politico sempre più incerto esplodono vecchi e nuovi rancori,
determinando gravi episodi di rissosità e di violenza.
25
aprile 1799 - Abrial a conclusione di
un acceso dibattito, durato molti mesi, promulga la legge abrogativa della
feudalità, malgrado l'accanita opposizione baronale.
27
aprile 1799 - La Repubblica Napoletana
abolisce la tassa del tostatico
(sorta di imposta di famiglia), da
sempre odiata dal ceto contadino.
1
maggio 1799 - La Repubblica Napoletana
riforma il sistema giudiziario, abolendo la tortura e i criminali, ossia
gli aberranti luoghi di detenzione.
3
maggio 1799 - Il cardinale Ruffo è prossimo a Montescaglioso, mentre l'armata
francese è impegnata ad Avellino e a Monteforte a fronteggiare gli
insorgenti.
9
maggio 1799 - L'armata francese del
Mezzogiorno d'Italia, richiamata nel nord della Penisola, abbandona il
Napoletano, partendo da Caserta al comando del generale Macdonald; a Castel
Sant'Elmo è lasciata una piccola guarnigione.
8
maggio 1799
- A Matera il De Cesare aggrega le sue forze a quelle del cardinale Ruffo, che
lo nomina sul campo generale comandante della
V
e della VI Divisione, nonché barone del Regno.
10
maggio 1799 - Altamura, ultima città
pugliese fedele alla Repubblica, è conquistata dai sanfedisti ed è messa a
sacco; nell'impresa un ruolo determinante hanno le truppe d'assalto del De
Cesare.
12
maggio 1799
- Partiti i francesi, la Repubblica predispone le difese di Napoli e invia in
Puglia il generale Pasquale Matera per bloccare il cardinale Ruffo.
17
maggio 1799 - La caotica situazione
politica di Martina, che dura da metà aprile e che si connota attraverso forme
di vera e propria guerra civile, è superata con l'elezione a sindaco ad
interim di Francesco Paolo Filomena, nonché con la designazione a capo
della Guardia Civica di Michele Nigri, entrambi ritenuti capaci e
risoluti.
19
maggio 1799 - Il padre conventuale
Gabriele da Martina, che è già intervenuto a favore della sua città presso il
cardinale Ruffo, viene in paese per eseguire l'ordine impartito due giorni prima
dal porporato di piantare in ogni cimitero delle chiese matrici una grande croce
di legno, simbolo riconciliatore delle comunità.
Alcuni
giorni dopo quella croce, nottetempo, viene divelta da ignoti e abbandonata
dietro la porta della collegiata.
29
maggio 1799
- Il cardinale Ruffo dalla Puglia avanza in direzione di Napoli, incontrando
scarsa resistenza nell'Avellinese.
6
giugno 1799
– E’ pubblicato l'ultimo numero del Monitore Napoletano in un clima
reso concitato dall'emanazione di proclami, che spingono la popolazione a
contrastare i nemici della Repubblica.
13
giugno 1799 - Il cardinale Ruffo è
nelle vicinanze di Napoli.
Il
De Cesare sgomina una colonna di repubblicani, che, partita da Torre Annunziata,
ha in animo di accerchiare alcuni reparti di sanfedisti; in seguito guiderà la
carica vittoriosa della cavalleria nera dei baroni pugliesi, che forzerà
dalla via di Portici l'ultimo baluardo repubblicano sul Ponte della Maddalena.
13-19
giugno 1799 – Sanfedisti e lazzari operano violenze e saccheggi contro i giacobini;
i patrioti', asseragliati nelle fortificazioni cittadine, si
arrendono, consegnando i castelli, eccetto Sant'Elmo, che continua a resistere.
20 giugno 1799 - Il generale francese Macdonald, proveniente dal Napoletano, è sconfitto sulla Trebbia dagli austro-russi, comandati dal generale Suvarov; i francesi perdono il controllo della penisola italiana, eccettuata la Liguria.
23
giugno 1799 - Il cardinale Ruffo
ottiene la capitolazione della Repubblica Napoletana, garantendo salva la vita
dei suoi fautori.
24
giugno 1799 - L'ammiraglio inglese Nelson, giunto
a Napoli, sconfessa in nome del re Ferdinando IV e della regina Maria Carolina
il Ruffo, dichiarando che gli esponenti della Repubblica Napoletana devono
essere trattati come ribelli.
Il
Nelson inaugura la sanguinaria stagione della repressione borbonica, protrattasi
fino all'11 gennaio 1800, facendo impiccare all'albero della sua nave
l'ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo. Questi, già partigiano del re,
l'8 aprile è entrato a far parte del Governo Provvisorio della
Repubblica con l'incarico di organizzare la marina militare, che ha attaccato la
flotta inglese presso Procida.
3
luglio 1799 - Su un vascello inglese Ferdinando IV lascia Palermo.
5
luglio 1799 - Si conclude l'interinato sindacale di Francesco Paolo Filomena, nominato
il 17 maggio; nuovo sindaco di Martina è eletto Francesco Ruggieri.
10
luglio 1799 - Ferdinando IV giunto a Napoli quando la resistenza dei patrioti
è cessata,
rimane a bordo della sua nave, temendo il clima di violenza che ancora persiste
nella capitale.
11
luglio 1799 - Il comandante francese Joseph Méjan consegna il forte di Sant'Elmo al
cardinale Ruffo, dal quale riceve assicurazione che tutti i patrioti saranno
lasciati partire; secondo altri il Méjan, la più discussa figura di tutta
la storia della Rivoluzione Napoletana, prezzolò la resa di Castel
Sant'Elmo con gli inglesi, consegnando loro tutti i sudditi di sua maestà
siciliana, affidati alla sua protezione dal Macdonald, che riteneva Méjan
capace di resistere fino alla morte.
16
luglio 1799 - Durante i solenni
festeggiamenti della Madonna del Carmelo verso le ore due della notte alcuni
abitanti di Locorotondo, ritenuti fra i partecipanti al sacco di Martina,
sparano una cannonata a palla, che passa al di sopra della chiesa del
Carmine, incutendo molto timore nella popolazione ma senza provocare vittime.
21
luglio 1799 - Esasperati dalle
continue provocazioni dei locorotondesi, non ultima la bravata del 16 luglio,
circa quattromila martinesi, indignati e inferociti, marciano con armi improprie
su Locorotondo con il proposito di spiantare il paese
Giunta la turba presso Masseria Tata Giuseppe in Valle d'itria, incontra alcuni compaesani, che riferiscono di aver trovato Locorotondo completamente evacuata dai suoi intimiditi abitanti; l'arciprete Francesco Semeraro, sopraggiunto sul luogo, convince i suoi parrocchiani a desistere dai propositi di vendetta, riconducendoli in Martina.
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Aggiornato il 27-10-99.